
Sono solo timido o soffro di fobia sociale?
9 Dicembre 2021
L’importanza degli animali domestici per il benessere mentale dell’uomo
29 Giugno 2022La nostra cultura occidentale insiste sul fatto che la natura dell’essere umano sia la felicità. Se non sei felice sei difettoso. In realtà le statistiche non dicono questo. I disturbi psicologici e psichiatrici sono molto diffusi e in continuo aumento, e anche le persone considerabili “psicologicamente sane” non sono immuni alla sofferenza. La verità è che la felicità pura, nella vita umana è non solo rara ma soprattutto instabile e non continuativa.
Ma perché questo succede?
Abbiamo la stessa mente degli uomini delle caverne
Per rispondere a questa domanda è necessario fare un viaggio indietro nel tempo e tornare a 100.000 anni fa, quando la nostra specie, quella dell’homo sapiens, è apparsa per la prima volta sul pianeta Terra. Trascurando gli ultimi decenni di relativo benessere (per benessere intendo relativa sicurezza per quanto riguarda i bisogni fondamentali che ci permettono di sopravvivere) la nostra mente ha avuto centinaia di anni di tempo per evolversi e lo ha fatto non allo scopo di stare bene e non soffrire, ma con l’obiettivo di sopravvivere e portare avanti la specie. All’interno di questo background, l’essere umano che aveva più probabilità di sopravvivenza non era quello che faceva lo spavaldo e sfidava il pericolo, ma colui che il pericolo lo prevedeva e lo evitava. Ecco come si sono sviluppate due emozioni tanto detestate nel nostro secolo, cioè l’ansia e la paura.

L’uomo che viveva nelle caverne manifestava ansia perché era in grado di immaginarsi i pericoli che avrebbe incontrato uscendo dal suo rifugio. Maggiori erano le sue capacità di previsione, più incrementavano anche le sue probabilità di gestione del pericolo e quindi di salvezza. Tutte le persone più ansiose sono quindi sopravvissute con maggiore probabilità rispetto alle altre portando anche avanti a livello genetico le loro caratteristiche.
Le nostre menti si sono evolute per aiutarci a sopravvivere in un mondo pieno di pericoli
L’essere umano nel corso dei secoli si è specializzato nell’immaginazione di pericoli futuri allo scopo di prevederli ed evitarli. La mente dell’uomo moderno è la stessa ed è continuamente alla ricerca di guai. La nostra tendenza naturale è quella di giudicare costantemente tutto ciò che ci si pone davanti come sicuro o pericoloso, come dannoso oppure utile, come buono o cattivo.
La differenza è che nella nostra quotidianità non siamo chiamati ad affrontare pericoli mortali come intemperie o animali feroci. Le nostre preoccupazioni sono molto più psicologiche come essere rifiutati, sentirci in imbarazzo davanti agli altri, fare brutta figura, perdere il lavoro ecc.
Usiamo la maggior parte del nostro tempo a preoccuparci di cose che, il più delle volte, non accadono.
L’importanza del gruppo
Torniamo al nostro concetto di partenza cioè che noi abbiamo la stessa mente dell’uomo delle caverne che si è evoluta con l’obiettivo di sopravvivere e portare avanti la specie. Sulla base di questo concetto è molto chiaro che l’essere umano che adottava comportamenti pro-sociali aveva più probabilità di rimanere nel gruppo. Quando questo non succedeva, la persona veniva estraniata dal gruppo di riferimento e lasciata sola senza potersi riprodurre e trasmettere i suoi geni, e con elevatissime probabilità di non sopravvivere.
L’uomo è un animale sociale
(Perciò per favore smettiamola di osannare l’indipendenza)
Organizzandosi in piccole società, l’uomo ha aumentato le proprie probabilità di sopravvivenza grazie all’aiuto e al sostegno reciproco, allo scambio di informazioni, alla suddivisione di compiti, ecc.
Ecco qui che iniziano a comparire emozioni sociali come il senso di colpa e la vergogna. Provare tali emozioni è indispensabile per una corretta vita di gruppo in cui si rispettano delle regole. Ecco perché immaginare il rifiuto sociale e la solitudine è così spaventoso.

Anche il confronto sociale prima poteva avvenire soltanto con pochi membri del proprio clan, oggi basta aprire Instagram per essere invasi da foto di modelli dai corpi invidiabili e scolpiti, e questo non fa altro che aumentare il senso di insoddisfazione personale perché siamo costantemente portati a confrontarci con un’ideale irraggiungibile.
L’eterna insoddisfazione
Per qualsiasi persona dell’età della pietra la regola generale da seguire era più è, meglio è. Più figli hai, più aumentano le probabilità di trasmettere i tuoi geni, più armi hai e più puoi difenderti, più cibo hai e più aumentano le tue probabilità di sopravvivere ecc.
Oggi noi non lottiamo quotidianamente per la sopravvivenza ma il nostro cervello è programmato a volere sempre di più. Quindi abbiamo raggiunto un obiettivo, e il minuto dopo siamo già insoddisfatti perché ambiamo a qualcos’altro. Abbiamo comprato casa? Ne vogliamo una più grande. Abbiamo messo da parte dei risparmi e acquistato una macchina? Già vogliamo quella più nuova. Abbiamo ottenuto una promozione sul lavoro? Vogliamo raggiungere lo step successivo. Abbiamo perso 5 kg? Notiamo comunque altri centinaia di difetti nel nostro corpo.
Come stare meglio?

- Sfatiamo il mito della felicità. Per i motivi che abbiamo visto, per l’uomo essere completamente felice è impossibile. Quello che conta è raggiungere la serenità nel proprio flusso emotivo. Le emozioni spiacevoli sono inevitabili. Quindi è importante cambiare l’obiettivo in questo modo:
“Vivere una vita ricca, piena e significativa nella quale siamo disposti a sperimentare il completo spettro delle emozioni umane”
Russ Harris
- Non esistono emozioni positive e negative ma solo piacevoli e spiacevoli. Tutte le emozioni hanno un senso, un significato e uno scopo. Prova ad ascoltarle, a prendere le informazioni che ti danno, a spiegarti perché le stai provando. Capirai molte cose su te stesso e sui tuoi bisogni.
- Prova a praticare la mindfulness. Ci sono numerosissimi studi scientifici che dimostrano come la meditazione sia in grado di ridurre i livelli di ansia e di stress. La mindfulness non dà risultati immediati, non scoraggiarti, c’è bisogno di esercizio.
- Pratica l’auto-compassione. La self-compassion è molto utile se hai problemi legati al perfezionismo e sei troppo critico e duro con te stesso.
- Inizia una psicoterapia. Da soli si può fare tanto, ma la presenza di una figura professionale con la quale costruire una relazione sana ci permette di fare esperienza viva di accettazione, validazione, comprensione e ascolto, e rappresenta quindi un potentissimo motore di cambiamento.
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