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La formula del successo
Secondo Martin Seligman, per avere successo negli obiettivi grandi e piccoli della vita è necessario che ci siano tre componenti: talento, motivazione, ottimismo.
Il talento è in parte innato, in parte si acquisisce con la pratica, la motivazione è la voglia di raggiungere un determinato obiettivo (io posso anche essere bravissimo nel tennis, però se il mio obiettivo di vita è diventare un avvocato, mi dedicherò a quello sport in maniera amatoriale e non andrò mai alle olimpiadi).
La nostra società tende quindi a fermarsi qui. Crede che per avere successo basti il talento e la motivazione. Come mai allora molte persone di grande talento e con una gran voglia di raggiungere un determinato obiettivo, nonostante ciò, spesso non riescono ad avere successo?

La risposta è che la società non prende in giusta considerazione l’importanza dell’ottimismo. A cosa ci si riferisce invece quando si parla di ottimismo?
Il vero significato dell’ottimismo
Marco e Luca, due ragazzi di grande talento e motivazione, hanno subìto un licenziamento. Entrambi nei giorni a seguire sono entrati in uno stato di tristezza e di impotenza. Con l’avanzare dei giorni però i due amici hanno messo in atto differenti comportamenti: mentre Marco si è chiuso in casa convinto di essere un incapace, e che quindi le sue ambizioni non si sarebbero mai realizzate, Luca ha subito focalizzato le sue energie nella ricerca di un nuovo lavoro. Nel frattempo, ha anche ottenuto una certificazione d’inglese alla quale non aveva mai avuto il tempo di dedicarsi. Nel corso degli anni, Luca, a differenza di Marco, ha ottenuto un grande successo lavorativo.
Come mai una differenza di comportamento così evidente tra i due protagonisti? Tutto sta nella differenza di approccio nei confronti della sconfitta. Marco è infatti un pessimista mentre Luca è un ottimista.
Qual è la differenza sostanziale tra un pessimista e un ottimista?
Un ottimista si riconosce dalle modalità di pensiero che abitualmente utilizza per spiegarsi un fallimento.
L’ottimismo appreso non è una riscoperta del “potere del pensiero positivo”. Le abilità dell’ottimismo non discendono da un mondo paradisiaco. Non consistono nell’imparare a dire cose positive a se stessi. Abbiamo rilevato negli anni che le dichiarazioni positive rivolte a se stessi hanno poco effetto, o nullo. Il punto cruciale è che cosa pensi quando fallisci, quanto sai usare il cosiddetto “pensiero non-negativo”. Cambiare i pensieri distruttivi che rivolgi a te stesso quando fai esperienza di una delle avversità che la vita ti riserva costituisce un’abilità cruciale per il tuo benessere.
M. Seligman
Mentre i pessimisti vedono gli eventi negativi come:
- conseguenza di proprie colpe (“la colpa è tutta mia”);
- durevoli (“sarà così per sempre”);
- gravi e disastrosi (“andrà tutto in rovina”);
gli ottimisti vedono la sconfitta come:
- conseguenza delle circostanze o dell’azione di qualcun altro (“la colpa è delle circostanze”);
- temporanea (“passerà presto”);
- di gravità gestibile (“ci sono molte altre cose nella vita”).
La conseguenza di questi due differenti stili di pensiero e che producono da una parte scoraggiamento e resa dopo una sconfitta, dall’altra speranza ed energia.
L’ottimismo è speranza. Non è assenza di sofferenza. Non è essere sempre felici e soddisfatti. È la convinzione che sebbene si possa sbagliare o si possa avere un’esperienza dolorosa, si può agire per cambiare le cose.
M. Seligman
La profezia che si autoavvera
C’è poi un altro concetto che è molto importante in psicologia e si chiama profezia che si autoavvera. Esso ispirò il ricercatore Robert Rosenthal, che parlò di effetto Pigmalione.
Rosenthal sottopose dei bambini ad un esperimento di psicologia sociale. Ad ognuno di loro venne fatto un test di intelligenza e successivamente venne fatto credere ai loro futuri insegnanti che alcuni di questi bambini erano plusdotati. Ciò però non era vero perché i bambini in questione erano stati presi a caso senza rispettare il reale punteggio del test.
Cosa avvenne l’anno successivo? Questi bambini avevano effettivamente avuto dei risultati scolastici migliori rispetto agli altri. Come fu possibile? Senza rendersene conto, gli insegnanti avevano trattato questi bambini che ritenevano plusdotati in modo diverso dagli altri, quindi i bambini avevano interiorizzato il giudizio degli insegnanti e si erano comportati di conseguenza in modo più fiducioso nei confronti delle proprie capacità ottenendo risultati scolastici migliori.

La profezia che si autoavvera interviene quando io ho un’idea sul futuro, su me stesso, o su una persona e mi comporto inconsapevolmente in modo tale che il risultato andrà confermare la mia idea iniziale.
Se per esempio una persona a pelle mi è antipatica, molto probabilmente mi comporterò in modo freddo e distaccato con lei, l’altra persona noterà la mia freddezza e a sua volta non avrà piacere nel vedermi, di conseguenza conoscendola mi convincerò di aver ragione a ritenere quella persona antipatica.
La stessa cosa avviene per quanto riguarda ciò che immaginiamo del nostro futuro: se, come Marco, penseremo di aver perso il lavoro perché siamo incapaci e che quindi non vale nemmeno la pena di provare a cercarne un altro, allora molto probabilmente sarà più difficile ricollocarsi.
In poche parole, il pensiero negativo attira con maggiore probabilità eventi negativi.
La stessa cosa avviene per il pensiero positivo. Se io dopo una sconfitta penso che non c’è motivo di arrendersi, organizzerò anche le mie energie in modo tale da crearmi nuove opportunità e quindi da aumentare anche la probabilità che almeno una delle cose che ho provato vada nel verso giusto. In questo modo amplifico le mie probabilità di avere successo.
Quindi l’ottimismo aumenta la probabilità dell’avverarsi di eventi positivi.
Ricordiamoci che i bambini che nell’esperimento di Rosenthal avevano ottenuto i risultati migliori non erano i più talentuosi. Avevano semplicemente creduto di esserlo tramite i feedback degli insegnanti.
La nostra interpretazione del mondo modifica non solo il modo di attraversare i momenti di sofferenza rendendoci la vita più leggera e godibile, ma modifica anche fattivamente il nostro futuro e le nostre opportunità di successo. Questa non è fantascienza.
I benefici dell’ottimismo
Ci sono molti pro nel diventare ottimisti. Le statistiche affermano che quando si è ottimisti:
- la vita è più godibile;
- si dispone di una migliore salute fisica (perché il sistema immunitario è più forte per effetto di un minore stress);
- si ha meno probabilità di ammalarsi di depressione;
- si vive più a lungo;
- si ottiene maggiore successo.
“Ma i pessimisti sono più realisti”
A volte sì ma non è detto. L’ottimismo non implica per forza un sacrificio del realismo. L’importante è imparare a sviluppare un ottimismo flessibile in modo da poter utilizzare i benefici dell’ottimismo o del pessimismo a seconda delle situazioni. Utilizzare l’ottimismo flessibile non vuol dire sognare ad occhi aperti, ma si tratta di un atteggiamento che continua a mantenere un forte senso di realtà senza però rimanerne ancorato e sopraffatto.
Ma quindi il pessimismo a che serve?
Il nostro cervello si è evoluto per essere pessimista. Serviva ai nostri antenati che dovevano affrontare ogni giorno una gran mole di pericoli: un solo sbaglio poteva compromettere la vita dell’uomo primitivo e di tutta la sua famiglia. Bisognava ingegnarsi per proteggersi dagli animali feroci, dalle intemperie e da molti pericoli. La selezione naturale ha quindi dato spazio a chi era più pessimista e di conseguenza era in grado di prevedere il pericolo al peggio e quindi prevenirlo. Oggi, per la gran parte delle situazioni quotidiane, il pessimismo non serve più perché raramente ci troviamo ad affrontare situazioni di vita o di morte. Le nostre paure e i nostri pericoli di oggi sono ben diversi, e abituarsi al pensiero ottimistico non può fare altro che implementare la nostra carica ed energia.
Ottimismo vs Pessimismo
Secondo Seligman, per raggiungere l’ottimismo flessibile, bisogna saper utilizzare le implicazioni positive del pessimismo e dell’ottimismo a seconda delle situazioni.
Quando usare l’ottimismo:
- se sei in una situazione di successo;
- se sei preoccupato per il tuo benessere;
- se sei in una posizione direttiva.
Quando è meglio non usare l’ottimismo:
- se il futuro è incerto e rischioso, laddove il rischio è molto alto (rischio per la salute, rischio di un elevato fallimento economico…);
- quando devi consigliare a qualcuno il cui futuro non si presenta propizio;
- se vuoi apparire sensibile ai problemi degli altri (l’ottimismo non può essere imposto agli altri).
In breve, conviene pensare in maniera pessimistica se il costo dell’ottimismo è alto. Ad esempio: se ho bevuto, non devo essere ottimista e mettermi alla guida perché potrei rischiare la vita. Quando invece il rischio che si corre è basso, conviene pensare in maniera ottimistica. Ad esempio una persona timida che deve iniziare una conversazione rischia al massimo un rifiuto.
Ma io sono un inguaribile pessimista. Come devo fare?
Per nostra fortuna, l’ottimismo è un’abitudine di pensiero che si può apprendere. All’inizio sembrerà strano e forzato, ma con l’allenamento si può diventare ottimisti. Come?
- Iniziare ad individuare la connessione tra avversità esterna, la nostra credenza (ottimistica o pessimistica) e conseguenze (azione costruttiva ed energia, oppure abbattimento e resa). Tornando a Luca e Marco, di fronte alla stessa avversità (licenziamento), Luca ha reagito con una credenza del tipo: “sono cose che capitano a tutti, troverò un altro lavoro”; mentre Marco ha pensato: “sono un incapace, non riuscirò mai a collocarmi”. La conseguenza è stata energia per Luca, abbattimento per Marco.
- Se la tua abitudine di pensiero è pessimistica cambiala. In poche parole imita Luca. Se cambierai le tue credenze rispetto alle avversità, si modificherà anche la rua reazione agli eventi negativi, e subito ti sentirai più energico e volenteroso.
Quali sono le tecniche utili per modificare la credenza?
- Se sei in preda al rimuginio negativo, nell’immediato è molto utile distrarsi. Puoi spostare l’attenzione su altro, oppure darti uno stop. Può essere utile scrivere la parola “STOP” su un foglietto che porti dietro, o sulle note del telefono, e guardarlo quando ti serve.
- Nel lungo termine è ancora più efficace mettere in discussione la propria credenza chiedendosi: “Qual è la prova di quello che penso?” “Ci sono alternative di pensiero?” “Che probabilità c’è che quello che sto pensando si verifichi?” “Cosa se ne ricava di buono a pensare così?”. Dopo la messa in discussione noterai un ritorno dell’energia e della motivazione. Queste tecniche vanno allenate con costanza e pazienza affinché si possa notare una modifica nelle abitudini di pensiero.
- All’interno di un percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale viene dato molto spazio alla modifica delle credenze distruttive. Valuta la possibilità di contattare un professionista.
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Per approfondire l’argomento ti suggerisco di leggere il libro “Imparare l’ottimismo” di M. Seligman. Qui sono riportati in maniera esaustiva tutti gli studi che lui stesso ha condotto negli anni per dimostrare l’efficacia dell’ottimismo in vari ambiti della vita.